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Bioinformatica e ricerca traslazionale al Tigem raccontate da due protagoniste, nella Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza.

L’11 febbraio si celebra in tutto il mondo la Giornata dedicata alle donne e alle ragazze nella scienza: promossa dalle Nazioni Unite, che promuove l'uguaglianza di genere nelle discipline STEM, puntando su inclusività, creatività e innovazione.

AL Tigem la rappresentanza femminile è significativa: è donna oltre il 60 per cento del personale. In occasione dell’edizione 2026 della giornata, abbiamo raccolto la testimonianza di due ricercatrici dell’istituto per farci raccontare le sfide che hanno affrontato e il loro punto di vista privilegiato sul tema.

Rossella De Cegli ha un PhD in Biologia Molecolare e Biochimica e, dopo 15 anni trascorsi nel laboratorio dell’ex direttore Andrea Ballabio, dal 2019 lavora nella Facility di Bioinformatica, in un team a prevalenza maschile: è l’unica donna accanto a tre uomini, con formazione ingegneristica e bioinformatica. Cristina Sorrentino, anche lei formatasi al Tigem nel gruppo di Ballabio, dopo il dottorato in Life and Biomolecular Sciences con la Open University ha collaborato per cinque anni con un’azienda farmaceutica (Shire Pharmaceutics, oggi Takeda) per lo sviluppo di un protocollo preclinico di terapia genica per la mucopolisaccaridosi di tipo IIIA: un’esperienza che le ha dato la spinta e le competenze per creare una delle prime strutture del Tigem dedicate alla ricerca traslazionale, la Facility di Istopatologia di cui è attualmente responsabile.

Rossella, che ruolo ha la bioinformatica nella ricerca scientifica e che effetto ti ha fatto arrivarci dopo il lavoro al bancone?

La bioinformatica può supportare la ricerca in diverse fasi, dalla progettazione sperimentale all’analisi statistica e funzionale dei dati generati in silico. Permette di guidare l’impostazione di nuovi esperimenti ma contribuisce anche all’interpretazione dei risultati e alla definizione di nuove ipotesi da validare in laboratorio. Oggi è difficile immaginare la biologia senza una componente computazionale: le tecnologie producono enormi quantità di dati e la bioinformatica è ciò che permette di trasformarli in ipotesi e risultati.
Mentre lavoravo in laboratorio analizzavo già i miei dati in autonomia: avevo imparato a farlo e mi interessava sempre di più capire cosa ci fosse dietro ai numeri. È stato un passaggio naturale, anche perché oggi la biologia è sempre più data-driven: molti esperimenti sono di tipo “omico” e producono grandi quantità di dati, che richiedono competenze informatiche e statistiche per essere analizzati correttamente. La nostra Facility offre supporto ai gruppi di ricerca dell’istituto per trasformare grandi quantità di dati biologici in informazioni utili per comprendere i meccanismi delle malattie genetiche rare. La mia lunga esperienza in laboratorio è stata un valore aggiunto: sapere come nascono i dati mi permette di interpretarli in modo più accurato e di contribuire alla costruzione di nuove conoscenze scientifiche che possano avere un impatto concreto sulla salute delle persone.

Cristina, che cosa ti ha spinto a creare da zero qualcosa che prima non c’era nell’istituto?

Nel periodo in cui ho collaborato con l’industria ho osservato da vicino come le tecnologie automatizzate possano accelerare e migliorare la ricerca traslazionale: ho seguito corsi avanzati sullo sviluppo e la valutazione di protocolli preclinici, sulle tecniche chirurgiche su piccoli e grandi animali. Da qui è nata l’idea di portare al Tigem le stesse tecnologie innovative e automatizzate, creando una Facility interna di Istopatologia. Nel 2017 sono diventata project leader dell’unità traslazionale del Tigem e due anni dopo ho iniziato a valutare e selezionare le strumentazioni da poter inserire in Istituto: dopo anni di studio e sacrificila Facility ha preso forma, diventando una delle prime strutture dedicate alla ricerca traslazionale del Tigem che permette analisi automatizzate di proteine, DNA e RNA.

Rossella, la bioinformatica è stata a lungo un’area a prevalenza maschile: oggi stai osservando dei cambiamenti?

In ambiti molto tecnici, come quelli computazionali, le donne sono ancora poco rappresentate: questo può farle sentire sotto pressione, specialmente all’inizio del percorso. Nel mio piccolo, però, vedo già un cambiamento: sempre più ricercatrici che lavorano al bancone mi chiedono di imparare ad analizzare i dati in prima persona. Cresce la consapevolezza che queste competenze siano fondamentali per essere indipendenti e per poter dialogare alla pari con bioinformatici e data scientist. Per questo ogni anno organizzo i BAD Days, rivolti ai ricercatori del Tigem che vogliono avvicinarsi alla bioinformatica applicata alla ricerca biologica. Inoltre, dal 2020 svolgo attività di formazione per gli studenti di dottorato della European School of Molecular Medicine (SEMM) e della Scuola Superiore meridionale (SSM). Quando scende la soglia di timore verso gli strumenti computazionali, molte più persone, spesso donne, sono curiose e stimolate a entrare in questo ambito. La formazione è uno strumento potentissimo per ridurre le distanze e rendere questo settore più inclusivo.

Cristina, quali sono state le principali sfide nel realizzare la Facility?

La sfida più grande è stata partire da zero: ogni protocollo doveva essere progettato, testato e validato da capo. Trasformare procedure manuali in processi automatizzati e ripetibili richiede costanza, pazienza e una forte convinzione nel valore dell’innovazione.Un altro ostacolo è stato trasmettere il valore di questi nuovi approcci di valutazione istologica ai colleghi ricercatori, che spesso tendono a restare legati alle procedure tradizionali. I risultati, però, si sono visti presto in modo tangibile: l’introduzione di tecnologie istologiche avanzate per l’analisi automatizzata delle proteine e della piattaforma RNAscope ha permesso di compiere un salto di qualità nella ricerca traslazionale, aprendo la possibilità di lavorare non solo su tessuti, ma anche su modelli cellulari 3D complessi. Oggi la Facility offre servizi non solo ai ricercatori della Fondazione Telethon, ma anche a enti pubblici e aziende esterne. Il prossimo obiettivo è potenziare l’analisi dei dati con software avanzati, aumentando precisione e risoluzione.

Rossella, l’AI e la bioinformatica possono rendere la ricerca scientifica più accessibile ed equa, anche dal punto di vista delle opportunità di carriera?

È importante che queste tecnologie esistano, ma è fondamentale saperle usare: l’AI può essere uno strumento potentissimo, però va sempre controllato ciò che restituisce. Il grande vantaggio è la velocità con cui permette di ottenere informazioni e analizzare dati, un aspetto che può fare la differenza soprattutto per le donne ricercatrici. Pur avendo le stesse competenze dei colleghi uomini, spesso non abbiamo a disposizione lo stesso tempo, visto il carico sul piano familiare: strumenti digitali e computazionali rendono il lavoro più flessibile e spesso svolgibile anche da remoto. Da mamma di due bambini posso dire che l’avanzamento delle tecnologie sta migliorando concretamente la qualità della vita familiare: poter lavorare da casa, per esigenze personali, con la stessa efficienza aiuta a conciliare meglio tutto, senza dover rinunciare alla carriera o fare sacrifici sproporzionati.

Cristina, hai mai percepito ostacoli legati al tuo ruolo di donna in posizione di leadership scientifica?

Personalmente no, fin dall’inizio mi è stata data fiducia e ho sempre avuto la possibilità di dimostrare le mie competenze. Credo che questo dipenda anche dal fatto che nelle infrastrutture di ricerca si valorizzano soprattutto le capacità e l’innovazione, più che il genere: se un progetto ha valore scientifico, viene riconosciuto. Naturalmente, essere donna in un ruolo di responsabilità richiede anche determinazione e convinzione, perché è importante farsi ascoltare e far rispettare le proprie idee. Ho sempre cercato di costruire relazioni di fiducia con i colleghi e di supportare chi lavora con me, perché credo che la leadership sia prima di tutto responsabilità e collaborazione.

Rossella, cosa diresti a una ragazza che vorrebbe lavorare nella tecnologia ma teme il confronto in un ambiente a maggioranza maschile?

Alle donne dico di non avere paura: con competenze solide, curiosità e voglia di studiare e aggiornarsi, questo percorso è assolutamente possibile. Grazie alle tecnologie e a un accesso alla formazione molto più democratico – ci sono molti tutorial e corsi online anche gratuiti – questo ambito della ricerca è davvero alla portata di chi vuole mettersi in gioco. Certo, serve continuità: bisogna restare al passo con un’evoluzione rapidissima e quotidiana. Ma proprio per questo medicina e biologia, che sono tra i settori più coinvolti da questi cambiamenti, hanno bisogno di sguardi e competenze diverse. E il contributo delle donne, in questo, ne sono certa sarà sempre più centrale.

Cristina, che messaggio vorresti trasmettere alle giovani scienziate che aspirano ad avere ruoli di coordinamento e leadership tecnologica?

Il messaggio fondamentale è: se avete un’idea innovativa che può fare la differenza, investiteci tempo, passione ed energie. Pensate in grande, ma ricordate che ogni traguardo si costruisce passo dopo passo. Non lasciatevi scoraggiare dalle difficoltà iniziali: un po’ di sacrificio e il coraggio di rischiare sono inevitabili quando si vuole portare avanti un progetto significativo. L’innovazione nasce da chi ha il coraggio di provare cose nuove, sperimentare, mettersi in gioco. E, soprattutto, ricordate che la vostra passione e determinazione possono aprire la strada ad altri e altre.

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